Il ferro appartiene a buon diritto e forse più d’ogni
altro minerale a lontane mitologie e il fabbro ferraio ancor
oggi racchiude in sé il fascino e l’arcano
di quelle età perdute nel tempo: direi anche l’ambiente
che lo circonda e per i mezzi semplici di cui si serve.
Si entri nella sua fucina…pinze martelli, altri poveri
strumenti, fatti vivi di quella sapienza che ha i suoi principi
nella forza dell’occhio e nella sensibilità
del braccio e che ancora una volta rendono flessibile l’indocile
metallo divenuto tale mediante un altro mezzo altrettanto
suggestivo e mitico: Il fuoco, che ci ricorda tante altre
favole non dimenticate, Prometeo per primo e altro ancora.
Ma appropriarsi di ciò che prezioso è contenuto
nel grembo della terra apparve eretico e forse sacrilego;
significava strappare dalle viscere misteriose della natura
che ci aveva generati i preziosi segreti e le potenziali
energie in essa custoditi. E d’altronde l’uomo
si fermava qui. Codesto suo nuovo statuto non era di poco
peso giacchè, allorquando egli interviene su reperti
tratti dalla terra siano essi oro, argento, rame, stagno
e appunto ferro, egli si sostituisce in qualche modo alla
natura creatrice completando e modificando ciò che
è rimasto per così dire in gestazione per
infiniti tempi. Non avevano forse le pietre preziose rinvenute
nella terra, non suscettibili di modificazione, qualità
mediche, curative e taumaturgiche fino al tardo medioevo
ed oltre? Qui appunto nasce in embrione il mito dell’uomo
che si avvia e si persuade di poter carpire alla natura
forze e segreti per dominarli e piegarli al proprio volere.
In fondo l’industrializzazione, l’esaltazione
e la divinizzazione della scienza nel mondo dell’oggi,
non sono che l’attualità e la prosecuzione
di questo antico mito. Così noi uomini del XX secolo
ci scopriamo più vicini di quanto si crede a quelle
creature antichissime che iniziarono l’affascinante
e drammatica umana vicenda.
Luciano Speranzoni